Articolo originale di Giorgio Da Gai :

Mobilitazione parziale, referendum, minaccia nucleare e sabotaggio dei gasdotti.

Il 21 settembre le difficoltà incontrate da Mosca nel conflitto ucraino (le perdite elevate di uomini e di mezzi, il peso delle sanzioni occidentali, il successo dell’offensiva ucraina su Kharkiv) hanno indotto il Cremlino a elevare il livello dello scontro e agitare lo spettro di un possibile conflitto nucleare. Mosca spera di completare la conquista dei territori occupati e terminare una guerra che potrebbe portarla al collasso, favorendo i suoi nemici (gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e i Paesi russofoni dell’est Europa) oppure i suoi potenziali antagonisti (la Cina e la Turchia). Ci sono speranze di pace o andiamo verso la catastrofe?
Putin ha dichiarato la mobilitazione parziale, invierà in Ucraina oltre 300 mila militari: “Per proteggere la nostra Patria, la sua sovranità e integrità territoriale, per garantire la sicurezza del nostro popolo e del popolo nei territori liberati, ritengo necessario sostenere la proposta del Ministero della Difesa e dello Stato Maggiore Generale di condurre una mobilitazione parziale nella Federazione Russa”.
Ora a morire non saranno solo truppe di etnia asiatica reclutate nelle periferie dell’Impero, i dipendenti della compagnia militare privata Wagner o i miliziani filorussi del Donbass; ma anche truppe di etnia russa, e questo potrebbe avere un effetto negativo sul sostegno del popolo russo alla guerra e alla politica di Putin.
Putin ha confermato i referendum per l’annessione delle autoproclamate repubbliche di Doneck e di Lugansk, oltre ai territori occupati nelle regioni di Kerson e di Zaporizia (25 – 27 settembre). Putin è stato esplicito: “Non possiamo, non abbiamo il diritto morale di consegnare le persone a noi vicine affinché siano fatte a pezzi dai carnefici, non possiamo che rispondere al loro sincero desiderio di determinare la propria sorte, i parlamenti delle Repubbliche popolari del Donbass e le amministrazioni militare-civili delle regioni di Kherson e Zaporizia, hanno deciso di indire un referendum sul futuro di questi territori e si sono rivolti a noi, alla Russia, con la richiesta di sostenere un simile passo”.


Regioni che la Russia ha occupato per ragioni strategiche: sono abitate da una popolazione di lingua russa che Mosca si sente in dovere di proteggere, sono indispensabili per il rifornimento idrico della Crimea (Kerson) o per il collegamento della Crimea al Donbass (Kerson e di Zaporizia). L’esito di questi referendum era scontato, oltre il 90% dei cittadini delle provincie occupate ha votato per l’annessione alla Russia. Il 30 settembre è stata formalizzata la loro adesione alla Federazione Russa. Si ripete una storia già vista. Come in Kosovo anche in Ucraina una minoranza (gli albanesi in Kosovo e i russofoni in Ucraina) ottiene l’indipendenza grazie al sostegno di una potenza straniera (la Nato in Kosovo e la Russia in Ucraina). Un successivo referendum tenterà di legittimare una conquista territoriale ottenuta con la forza delle armi e in spregio al diritto internazionale: il Donbass, la Crimea, Kerson e Zaporizia erano parti dell’Ucraina; come il Kosovo era parte della Serbia.
Ora che i territori dell’Ucraina occupati da Mosca sono divenuti a tutti gli effetti territorio della Federazione Russa; ogni attacco contro tali territori sarà considerato un attacco all’integrità territoriale della Russia e Mosca potrà ricorrere a qualsiasi arma (anche atomica) per difenderli. Anche in questo caso Putin è stato esplicito al riguardo: “la Russia, quando si sente minacciata nella propria integrità territoriale, ricorre a tutti i mezzi di cui dispone per difenderla”.
Tradotto: la Russia userà ogni arma (atomica compresa) per difendere i territori ucraini prima occupati militarmente e ora annessi con i referendum. Dmitry Medvedev vicepresidente del Consiglio di Sicurezza russo ha tolto ogni dubbio su questa interpretazione: “La Russia ha il diritto di utilizzare armi nucleari, se necessario, in base alla dottrina nucleare”.
I russi “bluffano” ?   Non è il caso di sfidarli…

La dottrina militare russa prevede l’uso dell’arma atomica solo in situazioni estreme: come risposta a un attacco nucleare o quando sia a rischio l’esistenza della Federazione Russa. Gli esempi che mi vengono in mente sono due: un’offensiva ucraina sostenuta dalla Nato che come avvenuto a Kharkiv, porti alla riconquista del Donbass o della Crimea (queste sono le intenzioni di Kiev); una crisi politico-economica grave quanto quella che portò al collasso dell’Unione Sovietica. Putin a questo punto si troverebbe con le spalle al muro e potrebbe ricorrere a soluzioni estreme pur di evitare il collasso del proprio Paese o per difendere l’integrità territoriale.
Soluzioni estreme come le armi nucleari tattiche, Mosca ne possiede circa 2000 con una potenza massima di 10 chilotoni, la bomba che ha distrutto Hiroshima era di 13 chilotoni. Sono armi nucleari meno letali e distruttive di quelle strategiche, possono essere lanciate da missili a breve raggio che utilizzano testate convenzionali; come l’Iskander-M e i vecchi SS-20 dell’epoca sovietica che oggi sono impiegati in Ucraina. Putin potrebbe ricorrere all’arma nucleare anche in modo indiretto, simulando un incidente: un missile che colpisce per “errore” le parti meno protette di una centrale nucleare ucraina (i depositi di scorie radioattive e i sistemi di raffreddamento) creando un disastro come quello di Chernobyl (1986). Immaginate le pesanti conseguenze e l’effetto psicologico di una nuova Chernobyl sull’Europa; alle prese con una pandemia non ancora conclusa e nel pieno di una grave crisi economica.
Non possiamo escludere a priori l’uso di armi nucleari in un conflitto tra potenze che di tali armi sono dotate; la situazione potrebbe sfuggire di mano ai contendenti e andare oltre le loro intenzioni. Infatti, il conflitto russo-ucraino è una guerra per procura voluta e sostenuta dagli Stati Uniti e dai Paesi russofobi dell’Alleanza Atlantica per annientare la Russia. Putin l’ha capito:  ” l’obiettivo dell’Occidente è indebolire e distruggere la Russia”. Mosca è una minaccia esistenziale per la Polonia, i Paesi Baltici, la Finlandia e l’Ucraina; mentre per gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, una potenza antagonista da eliminare per mantenere la propria influenza internazionale.


L’Ucraina è solo la pedina di un “grande gioco” per stabilire il nuovo ordine mondiale. L’Europa non ha voce in capitolo e segue con fedeltà canina il bellicismo di Washinton e ne paga le conseguenze: i rincari energetici, l’accoglienza dei profughi, la ricostruzione dell’Ucraina e le possibili ritorsioni militari russe.
A elevare il livello dello scontro hanno contribuito le esplosioni che hanno aperto grandi falle nei gasdotti Nord Stream 1 e Nord Stream 2, infrastrutture destinate a trasportare il gas russo in Germania. Il Nord Stream 1 è stato chiuso da Mosca ad agosto 2022 e il Nord Stream 2 è stato ultimato ma non è mai entrato in funzione: prima per le pressioni americane, poi per lo scoppio del conflitto russo ucraino e il conseguente deterioramento dei rapporti tra Unione Europea e Russia.
Questi “incidenti” che tutti considerano dei sabotaggi, sono avvenuti in acque danesi, poche ore prima dell’inaugurazione del Baltic Pipe (il gasdotto che trasporterà il gas norvegese in Danimarca e in Polonia). Per capire chi abbia sabotato i citati gasdotti, dobbiamo porci la classica domanda: ” cui prodest? “  (a chi giova?).

Questi sabotaggi non giovano alla Russia, che non ha alcun interesse a danneggiare delle infrastrutture oggi inattive ma che domani potrebbe sfruttare per spedire il gas in Europa (uno dei suoi maggiori clienti del metano russo); e non giovano nemmeno alla Germania che dipende e dipenderà ancora per molto dal gas russo. Questi sabotaggi giovano alla Polonia ostile a ogni gasdotto che rifornisca l’Europa senza passare sul proprio territorio; giovano alla Danimarca che arma l’Ucraina e quindi non si farebbe scrupolo a sabotare una tra le più importanti infrastrutture che permettono alla Russia di vendere il gas; giovano soprattutto agli Stati Uniti da sempre ostili a ogni opera o accordo russo-tedesco.
Questi sabotaggi non ci coinvolgono direttamente perché in Italia il gas russo arriva dallo snodo di Tarvisio passando per l’Ucraina. Il metanodotto friulano è stato realizzato negli anni 70 e fa parte dei nove impianti di Snam che assicurano il nostro approvvigionamento di gas dall’estero.

Oltre il 44 per cento del gas che importiamo in Italia arriva dalla Russia; il resto proviene principalmente dalla Libia, dall’Algeria e dall’Azerbaigian, per un totale di circa sei miliardi di metri cubi. La produzione nazionale è irrisoria, copre appena l’undici per cento del nostro fabbisogno.
Ora che Putin ha ottenuto quasi tutto il “possibile” ci sono speranze per una tregua? Uso il termine tregua perché non m’illudo che si arrivi alla pace, non ci sono le condizioni e nemmeno ci saranno nell’immediato futuro. Mi aspetto per la Russia e l’Ucraina, un futuro simile a quella che caratterizza le relazioni tra le due Coree. Nel 1953 la Corea del Nord e la Corea del Sud, dopo un conflitto durato circa tre anni, firmarono una tregua alla quale non è seguito un accordo di pace. Oggi non combattono ma convivono in uno stato di guerra latente, interrotto da sporadici “incidenti” e reboanti minacce. Non è un successo, una tregua senza pace, ma è sempre meglio di un conflitto, dove incombe lo spettro delle armi nucleari e che ha conseguenze disastrose per l’economia europea.

 

(N.d.R.) copertina di Stern: “La più grande criminale d’Europa” con foto della von der Leyen.

 

(N.d.R.) Tutte le foto sono di fonte Telegram : https://t.me/RussiaAmica

 

Saluti a tutti ed arrivederci al prossimo articolo…

 

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,
Similar Posts
Latest Posts from planetpolis.com

Lascia un commento