Articolo originale di Giorgio Da Gai

Il cessate il fuoco, la neutralità di Kiev e le zone contese.

Il 18 maggio il ministro degli esteri Luigi Di Maio ha proposto al segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, il piano di pace italiano per l’Ucraina. Il vicepresidente Dmitry Medvedev del Consiglio di sicurezza russo ha bocciato il piano di pace italiano, dichiarando attraverso il suo canale Telegram:  “C’è la sensazione che (il piano italiano) sia stato preparato non da diplomatici ma da politologi locali, che hanno letto dei giornali provinciali e operano soltanto sulla base di “fakes news” ucraine. Se si devono proporre iniziative di pace, allora dovrebbe basarsi su un approccio reale che deve rispecchiare lo stato delle cose”.

Il rifiuto del Cremlino è comprensibile, il piano italiano manca di autorevolezza e di realismo.

Manca di autorevolezza, perché proviene da un Paese che non è neutrale nel conflitto. L’Italia, come gli altri Paesi che armano Kiev e sanzionano Mosca è di fatto un belligerante, schierato contro una delle parti in conflitto. La diplomazia del “belligerante” che si propone come “mediatore” è la “diplomazia dell’assurdo”. L’Europa non ha saputo elaborare una politica autonoma dagli interessi americani, ma insieme all’Ucraina ne paga le conseguenze. I mediatori autorevoli di questo conflitto sono la Turchia e la Cina. Nazioni che nella crisi ucraina hanno mantenuto una posizione neutrale. Turchia e Cina aumenteranno la loro influenza internazionale, soprattutto se la rivale Russia uscirà isolata e indebolita dalla guerra. Il ruolo della Turchia è determinante per risolvere la questione delle esportazioni ucraine (cereali e fertilizzanti) da tali prodotti dipende la sopravvivenza di milioni di persone in Africa e in Asia. L’apertura di corridoi che permettano l’esportazione di tali merci sarà garantita da un accordo tra la Russia, l’Ucraina e la Turchia.

Altro punto debole del piano di pace italiano è la mancanza di realismo, non tiene conto della situazione sul campo di battaglia: i russi hanno quasi conquistato l’intero Donbass e hanno unito con un corridoio terrestre la Crimea al Donbass. La Russia non rinuncerà a tutto questo, anche a rischio di estendere il conflitto oltre i confini ucraini.

Il piano italiano affronta le questioni fondamentali del conflitto russo-ucraino: cessate il fuoco, la neutralità dell’Ucraina, il destino della Crimea e del Donbass, la pace e la sicurezza in Europa. I primi tre punti erano inclusi negli accordi di Minsk II (Bielorussia 2015) ma non furono realizzati per mancanza di volontà delle parti.

Il cessate il fuoco,

è la condizione essenziale per avviare i negoziati. A tale proposito il nostro Piano prevede: “meccanismi di supervisione e la smilitarizzazione della linea del fronte”. Concetti astratti vista l’attuale situazione sul campo di battaglia, dove i belligeranti combattono con accanimento nella speranza di ottenere una qualche vittoria. Come in ogni guerra, i belligeranti cesseranno di combattere quando una delle parti riuscirà a prevalere sull’altra; oppure, quando le parti avranno ottenuto, quanto era possibile ottenere (vittoria tattica) anche quando non coincide con quanto, volevano ottenere (vittoria strategica). Le ragioni di tale rinuncia sono ovvie. Nel lungo periodo l’Ucraina e la Russia rischiano di collassare per le conseguenze del conflitto.

Mosca e Kiev speravano in una vittoria strategica ma dovranno accontentarsi di una vittoria tattica. Mosca vorrebbe conquistare tutta la parte russofona dell’Ucraina e insediare a Kiev un governo filorusso, per riportare l’Ucraina nella propria sfera d’influenza; dovrà accontentarsi della Crimea e del Donbass, sperando di imporre alla Nato la neutralità dell’Ucraina e la revoca delle sanzioni. Kiev vorrebbe riprendere la Crimea e il Donbass ed entrare nella Nato per ottenere protezione dalla minaccia russa; potrebbe ottenere solo il rapido ingresso nell’Unione Europea, ingenti finanziamenti per la ricostruzione e una qualche forma di garanzia internazionale che la metta al sicuro dalla minaccia russa.

Intanto la guerra continua. Kiev combatterà fino a quando potrà farlo, questo dipenderà dal sostegno militare della Nato e dal peso del conflitto (numero di vittime, distruzione delle infrastrutture civili e situazione economica). Mosca, continua a combattere per conquistare l’intero Donbass e arrivare al tavolo delle trattative in una posizione di forza; ammesso che prima non ceda per i costi del conflitto e il peso delle sanzioni.

Gli Stati Uniti e i Paesi russofobi della Nato vogliono trasformare il conflitto ucraino in una guerra di logoramento che porti la Russia al collasso; ma non vogliono essere coinvolti direttamente nel conflitto perché temono le ritorsioni di Mosca. L’Ucraina vorrebbe estendere il conflitto oltre i propri confini, per ottenere l’intervento diretto della Nato. L’intervento diretto dell’Alleanza potrebbe modificare le sorti della guerra a favore di Kiev. Per l’Ucraina la situazione militare è critica: il Donbass è quasi tutto in mano russa e un corridoio terrestre lo lega alla Crimea.

La Nato ha fornito all’Ucraina enormi quantitativi di armi: droni, missili anticarro, antiaerei e antinave, lanciarazzi controcarro, e artiglieria pesante (obici semoventi e mezzi corazzati). Ora la Nato fornirà a Kiev anche i lanciarazzi multipli campali, con gittata compresa tra i 40 e gli 80 chilometri; armi capaci di colpire il territorio russo dalle postazioni ucraine nel settore di Karkiv o da altre aree del fronte del Donbass. I lanciarazzi multipli forniti a Kiev permetteranno alle truppe ucraine di avere armi a maggiore gittata, in grado di contrastare l’artiglieria russa schierata sul Donbass. Se il territorio russo sarà colpito da queste nuove armi inviate dalla Nato, Mosca reagirà colpendo con maggiore intensità il territorio ucraino (città comprese); oppure potrebbe colpire i Paesi dell’Alleanza Atlantica che tali armi hanno fornito, innescando una crisi dalle conseguenze imprevedibili che potrebbe portare a uno scontro nucleare.

 

La cooperazione tra la Nato e l’Ucraina inizia con l’adesione di Kiev al North Atlantic Cooperation Council (1991) seguito dal Partnership for Peace (1994) e dalla creazione della Commissione Nato-Ucraina (1997). Nel 2014 la Russia annette la Crimea e la cooperazione tra la Nato e l’Ucraina s’intensifica. Una cooperazione fondata sulla fornitura di: armi, munizioni, addestramento e spionaggio.  Dal 2014 al maggio del 2022, al primo posto come forniture militari ci sono gli Stati Uniti con 4 miliardi di dollari, seguiti dalla Polonia con 1,4, la Germania con 1,3, il Regno Unito con 770 milioni, il Canada con 697 e Lettonia ed Estonia con 220. L’Italia è all’ottavo posto con 150 milioni di dollari. Le informazioni che la Nato ha fornito a Kiev sono state decisive per la distruzione dei posti di comando mobili (dall’inizio del conflitto dodici generali russi sono caduti) per segnalare il movimento delle truppe russe a quelle ucraine. L’addestramento che la Nato ha fornito alle truppe di Kiev è stato decisivo per il successo della resistenza ucraina.

L’Europa armando Kiev ha fatto una scelta sbagliata, contraria ai propri interessi strategici e che non porterà Kiev alla vittoria. Kiev da sola non può sconfiggere l’invasore russo, notevole è la disparità di forze sul campo di battaglia. Kiev per sconfiggere Mosca avrebbe bisogno dell’intervento diretto della Nato con il rischio concreto di un conflitto nucleare. Le forniture militari della Nato potranno solo prolungarne l’agonia dell’Ucraina: aumentando il numero di vittime tra civili e combattenti; devastando una nazione già povera che sopravvive grazie alle rimesse degli emigranti. Secondo l’Onu dopo un anno di guerra nove ucraini su dieci cadranno sotto la soglia di povertà; dall’inizio del conflitto metà delle aziende commerciali ha chiuso e l’altra metà lotta per sopravvivere.

L’Unione Europea armando Kiev da potenza neutrale è divenuta belligerante, non può proporsi come mediatore del conflitto; ma è divenuta il bersaglio di ritorsioni economiche, di attacchi informatici, di artificiose migrazioni di massa da Paesi dell’Africa Settentrionale sotto influenza russa (la Libia); e di improbabili ma non impossibili rappresaglie militari, anche nucleari.

L’Unione Europea armando Kiev ha compiuto una scelta pericolosa per la sicurezza internazionale. I Paesi che armano Kiev non hanno il controllo del materiale militare inviato in Ucraina, esiste il pericolo che finisca nelle mani di organizzazioni criminali e terroristiche, o nemiche dell’Occidente; questo è già avvenuto con gli islamisti in Siria e in Iraq, o con i talebani in Afghanistan. Infatti, l’Ucraina è una nazione con un elevato tasso di corruzione negli apparati pubblici e la mafia ucraina è diffusa nel Caucaso e in Medio Oriente; inoltre, ci sono jihadisti ceceni combattono a fianco di Kiev. Il segretario generale dell’Interpol Juergen Stock ha confermato questo pericolo: <<l’elevata disponibilità di armi durante il conflitto comporterà la proliferazione di armi illecite nella fase successiva al conflitto>>.

L’Italia a causa del conflitto ucraino ha deciso di portare entro il 2028 la spesa militare al 2% del PIL, da 25,8 miliardi di euro all’anno a circa 38 miliardi all’anno. Miliardi di euro sottratti alle famiglie e alle imprese già colpite dalle conseguenze della pandemia e dal carovita. Uno studio della CIGA di Mestre ha calcolato che le conseguenze del conflitto russo-ucraino costerà alle famiglie italiane circa 1000 euro a famiglia. Una cifra che corrisponde allo stipendio o alla pensione di milioni d’italiani, che con tale cifra sopravvivono a fatica.

L’aumento delle spese militari avrebbe senso se servisse a difendere i nostri interessi nazionali. Il nostro intervento militare al fianco di Kiev e le sanzioni contro Mosca, non hanno colpito un Paese che minacciava la nostra sicurezza e nemmeno i nostri interessi economici. Eppure, nel 2014, fummo restii a fornire le armi anticarro ai curdi che combattevano lo Stato Islamico, l’ex ministro della Difesa Artuto Parisi (PD) temeva che l’Italia diventasse un Paese belligerante; eppure, era in gioco la nostra sicurezza minacciata dal terrorismo islamico. La Russia non ha mai minacciato la nostra sicurezza, anzi al nostro fianco combatte la canaglia islamista. L’Italia è intervenuta militarmente al fianco dell’Ucraina per compiacere gli Stati Uniti e ai nostri alleati europei, convinta di ottenere maggiore autorevolezza in vista di chissà quali benefici futuri. In realtà dalle nostre missioni internazionali (Afghanistan, Iraq e Libia) non abbiamo ottenuto benefici concreti ma solo formali ringraziamenti a fronte di perdite umane, elevati costi economici e nefaste conseguenze politiche (vedi la Libia). Ne valeva la pena?

Il destino delle zone contese

Mosca ha occupato la Crimea e quasi tutto il Donbass. Il piano italiano prevede l’Ucraina mantenga la sovranità territoriale sulla Crimea e sul Donbass, ma conceda loro un’ampia autonomia. Questa soluzione era in parte prevista dagli accordi di Minsk II (2015). Mosca non rinuncerà al possesso di questi territori strategici e abitati da una popolazione a maggioranza russofona. Questi territori non torneranno sotto la sovranità di Kiev fino a quando Mosca potrà impedirlo. Kiev perderà la Crimea e il Donbass come la Serbia perse il Kosovo. I rapporti di forza e gli interessi strategici regolano le relazioni internazionali, non il diritto. Chi sostiene il contrario è ignorante o in malafede.

La neutralità di Kiev e il piano di pace per l’Europa

La neutralità di Kiev acquista maggiore importanza ora che la Svezia e la Finlandia hanno deciso di aderire alla Nato rendendo palese il processo di accerchiamento della Russia da parte della Nato.

L’Ucraina potrebbe rinunciare di aderire alla Nato, come previsto dall’art. 85 della propria Costituzione; per ottenere in cambio un rapido ingresso nell’Unione Europea e una garanzia internazionale che la metta al riparo dalla minaccia russa. Dal 2014 Kiev ambisce a entrare nell’Unione Europea e cerca una qualche forma di protezione dalla minaccia russa.

La neutralità di Kiev è solo una parte dell’accordo che doveva regolare le relazioni tra la Nato e la Russia dopo la fine dell’Unione Sovietica (1991). Un accordo che le parti non hanno ancora sottoscritto e che avrebbe potuto evitare questa guerra. Ora la parola è passata alle armi e dalle stesse sarà decisa la pace futura.

Nel dicembre del 2021, la Russia aveva reso pubblica una lista di richieste, contenuta in due bozze di accordo: uno multilaterale con la Nato, composto di nove punti; e uno bilaterale con Washington, composto di otto punti. In sintesi, queste erano le condizioni: la Nato doveva interrompere l’espansione verso i confini della Russia includendo le nazioni appartenenti all’ex Unione Sovietica; le Parti s’impegnavano a non dispiegare sistemi missilistici al di fuori del territorio nazionale e di riportare in patria quelle già dispiegati al di fuori dei propri confini con l’entrata in vigore del trattato. Le richieste russe non furono accolte dagli Stati Uniti e dalla Nato. Dialogare con Mosca e comprendere le sue ragioni forse avrebbe evitato l’attuale conflitto, ma la pace non era nelle intenzioni di Washington e dei Paesi russofobi dell’Alleanza. Questi Paesi vogliono annientare la Russia perché la considerano una minaccia esistenziale (Polonia e Paesi Baltici); o perché ne ostacola le ambizioni imperiali (Stati Uniti e Gran Bretagna). Questa enfasi bellicista potrebbe scatenare un conflitto nucleare.

Gli Stati Uniti hanno vinto la guerra fredda ma non hanno saputo creare le condizioni per la pace, includendo la Russia in un progetto di sicurezza e di cooperazione internazionale. Questo era lo spirito dell’incontro promosso dall’ex premier Silvio Berlusconi, a Pratica di Mare nel 2002.

La posizione che l’Europa doveva adottare nel conflitto russo-ucraino era quella del dialogo e dell’accoglienza, non dello scontro. L’Europa doveva mediare tra le parti in lotta al fine di ottenere una tregua e accogliere le migliaia di profughi in fuga dalla guerra.

La pace si ottiene dialogando con Mosca. L’Italia potrebbe prendere l’iniziativa, rompendo il fronte dei Paesi che armano Kiev; innescando un possibile effetto domino che presto o tardi porterebbe alla tregua. Interrompere le nostre forniture militari a Kiev sarebbe un messaggio forte per gli Stati Uniti e per tutta l’Europa. L’Italia dimostrerebbe di essere un soggetto attivo della politica internazionale; un Paese capace di prendere decisioni autonome anche in contrasto con quelle di Washington. Questo non sarà possibile perché la nostra classe politica è composta di individui “mediocri”: conformisti, mediamente ignoranti e meschini (morbosamente attaccati ai loro privilegi di casta). Mi chiedo se sono lo specchio del popolo che gli ha eletti. Una domanda alla quale non so rispondere.

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